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DE' BENZONI
DOPO IL LORO DOMINIO
IN CREMA
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DE' BENZONI
DOPO IL LORO DOMINIO
IN
MRJ
STORIA
DEL SECOLO DECIIttOQUINTO
MILANO
TIPOGRAFIA RONCHETTI E FERRERI
1846
Aita gentilissima signora (Contessa
UMIDII POfflPIffl Milli
BENVENUTI
|olti uomini prodi germogliò la Patria nostra
ne' tempi di sua storica celebrità. Le avventure e
le gesta del conte Ventanno Benzone ne offrono
un quadro quanto glorioso, altrettanto compassio-
nevole e strano; di maniera che se non fosse auten-
ticato dalle incontrastabili pagine de'contemporanei,
stimerebbonsi sogni d' infermi o fole di romanzi.
Promisi altrove di tornare sull'argomento de'Ben-
zoni? e specialmente del giovine eroe Venturino? ed
ora il faccio ben volontieri presentandomisi l'occa-
sione di offrire a Te questa cosuccia con la quale
intendo dimostrarti la mia allegrezza per l'auspi-
catissimo giorno in cui il cielo appaga i tuoi voti
e quelli dello stimabilissimo tuo Consorte.
Dopo tre aurore alfin risplende il sole! Alle tre
amabilissime figliuoline ora aggiungete il desiderato
maschietto; gioitene pure che n'avete ben d'onde!
Possa egli assomigliare a' genitori nelle virtù sociali;
e se mai lo infiammasse spinto guerresco, e del suo
braccio abbisognasse la Patria, veggansi da lui rin-
novellate le prodezze di Venturi no Benzone.
OnibrianO; ih aprile 1846.
Tao affezionati ss. %io
Dott. Luigi Benvenuti.
CAPITOLO I.
// Carmagnola j Giorgio e Fenturino Benzone
al servigio de3 Veneziani.
«rabbattuta la signoria de^enzoni dalla sempre dominante
potenza Viscontea , la patria Storia ci offre tempi non meno
agitati da discordie intestine. Sotto il giogo di un Ghibel-
lino signore, come potevano aver pace e trovare guarentigia
i Guelfi? Ritornati in patria i banditi Ghibellini, reclama-
rono la restituzione deloro beni confiscati, e il Duca impie-
tosito di loro, per far mostra di sua giustizia, « mandò a
?? Crema Franceschino Castiglione , onde terminare qualun-
» que differenza » (*). Ghibellino costui, investito di piena
autorità, ne spogliava i possessori, non avuto nemmeno; ri-
guardo a chi li avesse comperati. Così credeva Filippo Vi-
sconti acchetare le cose, ma invece s1 intricavano e s^ intor-
bidavano viemmaggiormente.
Il tema di questo mio Racconto si rannoda a quello in
cui fu parlato del Dominio de'Benzoni, ed è perfettamente
(*) Aleniamo Fino. — Le linee virgolate , e così in seguito,
sono sue.
— 8 —
progressivo nella Storia di Crema, perciocché vediamo tor-
nare in iscena i decaduti Benzoni. e se non Giorgio, il suo
primogenito Venturino ci presenta belle prove di valore.
Presso la veneta Potenza aveva rifugio e graziosa acco-
glienza chiunque si distinguesse in istudi severi ed ameni, e
specialmente ne'militari talenti. L'alato leone era Io spavento,
il conquistatore de' mari } su molti popoli d" Oriente posava
la sovrana sua zampa, ritraendo tesori dall'alta sua protezione
e dal sempre vivo commercio. Ma se lontano trasvolò per le
vie di mare, ad eguale distanza non giungeva per quelle di
terra: pose bensì talvolta piede oltr' Adige, ma fu per breve
tempo ^ ivi la biscia Viscontea gli schizzava contro il veleno,
e i signorotti, per lo spavento d'essere azzannati dall'uno, o
morsicati dall'altra, se ne stavano trepidanti e con volpina
astuzia li piaggiavano entrambi.
All'epoca di cui si parla, i Veneziani sentivansi sempre più
in voglia di giugnere coi confini della signoria insino all'Adda.
Informati come il Conte di Carmagnola fosse caduto in dis-
grazia del duca Filippo per opera del suo cameriere 01-
drado Lampugnano (*), con patti di rara generosità lo pre-
sero al servizio, nominandolo Generale di Terraferma. « Anche
Giorgio Benzone in qualità di Capitano, con Venturino, ebbe
onorata provvisione n •, ed avvegnaché tanto il chiarissimo
Generale mostrasse avversare il Duca, quanto lo odiava il
già signore di Crema, passava tra loro un'intima amicizia.
Il giovili conte Venturino, ricco di naturali prerogative,
robustissimo di tempra, avvenente della persona, di maniere
attraenti, destro al pari di chiunque agli esercizi dell' armi,
usava ne" più distinti convegni. La compassione di sue sfor-
tunate vicende toccava più di tutti il bel sesso, da cui veniva
ricolmo di gentilezze, talché s'avea cattivato l'affetto di molte
leggiadre fanciulle. Fra le tante , Lucina , figlia del Carma-
gnola, languiva d'amore per lui:, il padre di essa, colpevole di
(*) Paolo Giorno, Lib. XII.
soverchia indulgenza in proposito, credette porvi rimedio « pro-
ponendo al Benzone di unirli in matrimonio ». Giorgio, contro
l'aspettativa del Carmagnola , non fé'' buon viso a tale pro-
posta, e mostrandosi assai più sorpreso che lieto, stranamente
rispose che avrebbe su ciò interpellato il figliuolo, per lo che
l'altro ne sentì in cuore dispettosa amarezza. Onde nobilmente
procedere in affare sì delicato, il Benzone scandagliò senza
indugio il cuore di Venturino. Stette alquanto ingrugnato
aspettandolo sino a notte avanzata, e allorché comparve, così
gli parlò: Se qualche inattesa bisogna della Serenissima, cui
tutto dobbiamo, vi chiamasse sul campo, ove trovarvi? Ovun-
que sien giovinette, voi non mancate! Per tal vezzo ora si
divulgano sul conto vostro dicerìe sconvenienti ad onorato
cavaliere. Taluno de'più ragguardevoli personaggi si persuade
non mancherete d'impalmare la propria loro figlia, lusingata
dalle troppo seducenti vostre maniere e fors'anche da pro-
messe. Sarebbe mai ciò vero? Intendete voi di ammogliarvi?
Siate sincero col padre, colfamico.
La paterna inchiesta scompigliò il giovane, che dopo breve
pausa rispose: Al padre, all'amico non saprei tacere le mie
amorose debolezze, e tanto meno poi se queste compromet-
tessero la mia fama, l'onore di mia famiglia. L'amorevolezza
di queste amabilissime fanciulle, non nego, produsse in me
T idea di scegliermi una sposa :, ma quando io medilo quale
dovevo essere, quale mi sono, rifuggo a tal idea con racca-
priccio. Sarebbe or dato al figlio del conte Giorgio Benzone
l'ottenere una sposa di sangue principesco? Depresso dalla
sorte, può egli mirare a tanta altezza? — A questi sensi.,
consonanti co'propri, il padre pianse di tenerezza, ed abbrac-
ciollo, raccomandandogli di star fermo in quel proposito.
Sebbene il Carmagnola avesse gran nome in Lombardia e
fosse doviziosissimo » , non degnavasi il Benzone del paren-
tado, essendo esso di basso lignaggio ». Mandògli pertanto
una risposta negativa stesa ne'modi più convenienti, preve-
dendone tristi successi, giacché ben sapeva quanto fosse il
— 10 —
Generale collerico, vendicativo. In fatti poco dopo, la suprema
Commissione di Guerra faceva consegnare al Conte l'ordine
seguente :
Eccellenza sig. Conte.
Per le molte operazioni convenute con S. E. il Generale
Conte di Carmagnola, vien ella destinata col figliuolo a rag-
giungere in Chioggia le milizie novellamente ingaggiate, per-
chè le ammaestri nell'armi. Molto importa adunque che IE. V.
colà si rechi bentosto.
Sottoscritto ecc.
Il Benzone si accorse esser questo il primo colpo che gli
avventava il vendicativo Carmagnola. Ben di rado avveniva
fosse destinato un ragguardevole Capitano a risiedere in quella
sudicia e malsana terra:, nulladimeno inghiottì Tamaro boc-
cone} poiché il risentirsene lo avrebbe condotto a peggiori
conseguenze, e non obbedendo perderebbe la grazia della Si-
gnoria e sarebbe per lo meno bandito.
Più di un anno stettero i Benzoni in quel lurido paese,
segregati dal civile consorzio:, tranne di qualche prete, inal-
lora Chioggia popolavasi di gente quasi selvaggia. Ventu-
rino consumava il tempo istruendo, esercitando la giovine
milizia che avea tutte le qualità per riuscire valorosa. Dava
con giusta proporzione premi e castighi, degnando i migliori
di qualche confidenza. Chi avesse concorso al mantenimento
delle discipline, o fatta bella azione, veniva da lui presentato
al padre, ed era guiderdonato con belle parole e molti ba-
jocchi.
Il conte Giorgio, cultore delle lettere, poco occupavasi dei
suoi soldati, molto però de'libri. Intanto egli procuravasi la
Signoria, e quando l'ebbe, non potè pascersi a sazietà nelle
opere immortali di Dante, dell A riosto, del Petrarca e di
tant'iJtri poc'anzi surti a splendore d'Italia. Vuoisi da taluno
— fi —
scrivesse puranco le proprie avventure, ma queste andarono
smarrite,
In Venezia molto si parlava della inimicizia insorta fra il
Benzone e il Carmagnola. Gli aderenti del Generale, consci
dello scompiglio di quella famiglia, ove Lucina trovavasi in
uno stato compassionevole, propalarono la cosa in modo di
far cadere tutta la riprovazione su Venturino. Allora quante
erano le femmine da esso corteggiate e lusingate, bollenti di
geloso dispetto, lo gridavano ineducato, disleale, degno ve-
ramente di stare fra le rozze e sudicie Ghiozzotte. Ma intanto
che dalla parte distinta parlavasi cosi male di lui, i popolani
ne dicevano cose meravigliose. Navicellai, pescatori, fruttiven-
doli, provenienti da Chioggia a Venezia, esaltavano i talenti
del Contino e andavan ripetendo : non aver mai veduto mi-
litari spettacoli più portentosi, mai presidio più di quello di-
sciplinato, tranquillo, assettato } e concludevano non esservi
in tutto l'esercito di san Marco più valente maestro d1 armi,
né miglior Generale. Col mezzo di que'prezzolati, che rap-
portavano alla Signoria ogni moto, ogni detto di piazza, le
giunsero questi elogi. Ad uno fra i tanti del Consiglio Grande,
ne'prosperi tempi amico del Benzone, venne voglia di ve-
dere i decantati spettacoli e nel tempo stesso visitare i rele-
gati signori. Tornato di colà, testificò la verità della pubblica
voce, asseverando in Consesso come il drappello di Chiog-
gia avessegli presentato un quadro di finta battaglia, con sì
regolari, veloci movimenti, che meglio non li avrebbe eseguiti
una schiera di veterani. — Que^ buoni patrizi si compiacquero
assai di tanta bravura e gliene tributarono pubblici encomi.
Sebbene il Carmagnola avesse ottenuto lo sfratto de' Ben-
zoni, tuttavia non iscemava punto in lui Podio per essi :, e
perchè sentiva il popolo celebrare Venturino al suo confronto
e vantarlo i magistrati, avvampò anche di gelosia e V incen-
dio non ebbe più confine.
Non era lontano ristante d'invadere la Lombardia } i pre-
parativi compievansi, la massa dell'esercito era addestata re
*— 42 —
compiuta: attendevasi solamente sopraggiungesse l'opportuna
stagione di primavera. Il Generale mostratasi sempre offi-
cioso verso gli autorevoli personaggi} ne'suoi discorsi dava
certezza di trionfi, di conquiste, ma vi frammezzava velenose
osservazioni in riguardo al comando conceduto a Giorgio Ben-
zone. Egli diceva: Si vuole che quel corpo di militi a lui
affidato sia a^uerrito a meraviglia, ed io ne godo moltis-
simo! ma le EE. LL. hanno nel conte Giorgio un capitano
inesperto \ se mai fosse stato guerriero, signoreggerebbe tut-
tora la sua Crema ! L' imberbe figlio di lui saprà bene ad-
destrare la milizia, presentare di begli esercizi^ ma altro è
fìngere scontri, altro battagliare sul campo! Standomi a cuore
il vantaggio e la gloria di questa generosa e degna Repub-
blica, siami qui permessa una sostanziale osservazione. E no-
stro scopo assoggettare al glorioso dominio di san Marco le
importanti terre di Lombardia, fra le quali evvi Crema:, e
chi saprà scrutiniare le intenzioni de'Benzoni quando in essa
ponessero piede con quelle squadre educate alla scuola^ di
tali maestri, le idee dei quali non è difficile sieno dirette al
riacquisto de^perduti possessi? Sarebb'egli improbabile che
sulle mura di Crema, anziché il sacro vessillo di san Marco
sventolasse quello del Leone passante in campo azzurro? (*).
Così parlava P astuto in un convegno ch'ebbe co* signori del
Consiglio dei Dieci.
L'acume di que'Magistrati seppe ben discernere nel discorso
di lui, quanto importasse alla Repubblica per la buona po-
litica, da quanto ascriversi dovesse al rancore del Carma-
gnola. Forse nessuno persuadevasi potessero i Benzoni ren-
dersi colpevoli di tradimento. Il nobile carattere di Giorgio,
la sua posizione non sostenuta da vermi potentato di Terra-
ferma, rendevanli abbastanza sicuri. Dovevano per altro in
qualche modo accondiscendere al Carmagnola*, in que'inomenti
occorreva blandirlo*, laonde pensarono ad un temperato espe-
(*) Antico stemma de'Benzoni.
— 13 —
diente. Poco prima si gridasse la guerra contro il Duca dì
Milano pel soccorso da lui dato a Marsiglio Carrara sul Pa-
dovano, venne ordinato ai Benzoni che si portassero a ca-
pitanare la squadra stanziante a Vicenza, e si mandava per
capitano a Chioggia il patrizio Marco Vendramin. A que-
sto cavaliere erasi stretto in amicizia Venturino dimorando
in Venezia, e da lui seppe come si riputasse strana quella
traslocazione di essi e la si attribuisse al Carmagnola. Colpo
più crudele non si poteva dare all'amor proprio del giovine
Benzone*, i bei sogni di segnalarsi co'suoi bravi allievi, di
sterminare la potenza Viscontea furono di subito troncati.
Fortemente irritato, persuadeva il padre ad abbandonare
l'ingrata Signoria che permetteva all'avversario ogni atto di
vendetta. Gridava iniquo il Carmagnola, prorompendo ne'piu
disperati propositi di vendetta. Molto si faticò il padre a
tranquillarlo :; e se l'animo del giovine quant'era focoso non
fosse stato altrettanto tenero verso di lui, sarebbonsi amendue
rovinati con trionfo del persecutore, che mordendosi il dito
avea giurato di perderli.
I preparativi fatti dalla Repubblica per la divisata impresa
erano magnifici, costosissimi, conformi alle ambiziose idee
de'Veneziani. Il grosso dell'esercito si mosse e impetuosa-
mente innondò le terre oltr' Adige, come fiumana ch'abbia
sconvolti gli argini, « La forte città di Brescia fu tolta ai
Milanesi, siccome tutte le terre e castella del contado ».
Fattevi buone munizioni d'armi e d'armati, era voce sarebbesi
l'accampamento portato sotto Crema, ove il partito Guelfo
aspettava a braccia aperte i Veneti conquistatori.
a Nicolino Barbavara, Podestà di Crema, intendeva a prov-
vederla, a fortificarla » :, ma l'accurato servitore del Duca
arrabbia vasi vedendo non assecondate da tutti con calore le
sue premure. 11 figliuolo del decrepito Castellano della ròcca
di Serio era a tutt'altro disposto che alle provvigioni e alle
difese, « Costui amava perdutamente una vedova gentildonna
cremasca ?> *, fosse la disparità di condizione , fòsse il con-
— 14 —
traggenio della Dania , egli ne ardeva inutilmente. Essendo
essa vicina parente del Benzone. 1* innamorato pensò scri-
vere a lui. « promettendo avrebbegli dato in mano il castello
quando ne divenisse sposo ». La proposizione disturbò gran-
demente il Conte; e diffatti ponevalo a pericolo della vita se
si fosse appena dubitato di sua corrispondenza coi Cremaschi.
Per escire d'ogni timore, 44 fece presente ai Provveditori del
» campo, Pietro Loredano e Michele Fantino, quella lettera, i
» quali per l'alta stima che avevano pel Generale non volevano
w far nulla senza il suo acconsentimento:, ma il Carmagnola,
5: che segretamente se la intendeva col Duca, tolto tempo a
» decidere intorno a ciò, fece al medesimo nella notte stessa
w conoscere il trattato ». L'imputazione colpiva per errore il
Castellano di Serio, non il figlio di esso} laonde a l'infelice
» vecchio fu preso , mandato a Milano , e in varie maniere
» tormentato ». Cosi operava quel celebre guerriero, al cui
increofno non associavasi ombra di rettitudine o di nobili sen-
timenti-, così corrispondeva alla fiducia che in lui si ripo-
neva. Filippo mandò forte sussidio di armati e di artiglierie
a Crema, assai importandogli tenersela soggetta.
Come sparviero ghermisce la preda e se la porta = a dila-
niare ove più gli talenta = , così il Carmagnola traeva al
sacrificio il giovine Benzone. Perchè non gli sfuggisse dagli
artigli, lo volle nella sua guardia e mettevalo ne'maggiori pe-
ricoli. Già più volte per la sua animosità e destrezza, ne
sortiva salvo} tutti lo ammiravano, ma egli fremea. 44 A Ca-
salmaggiore toccò una memorabile rotta alle truppe venete »,
onde sperperate, malconcie, inseguite, cercarono salvamento
colla fuga. Anche il Carmagnola col suo drappello e con
molf altri volse le spalle al nemico e 44 giunse al castello di
Fontanella » } essendo certo sarebbe raggiunto dai Duche-
schi in numero poderoso, 44 impose a Yenturino di stare alla
guardia e non muoversi senza sua licenza ». Poco dopo venne
da^nemici invaso il paese , circondata la ròcca e gridato alla
resa! Il valoroso, anziché cedere, prese ad offenderli, « so-
— 15 —
» stenne e respinse due assalti} ma sopraffatto anche dal tra-
» dimento de"* terrazzani, dovette finalmente cedere ". Preso
e posto in ceppi, a tarda notte entrava nelle patrie mura e
prima dello spuntare del giorno era sulla via di Milano.
I veneti Provveditori del campo provarono immenso tra-
vaglio dell'avvenuta sconfitta e se ne mostrarono malcontenti
anche col Generale. Egli l'attribuiva alla inesperienza del-
l'esercito, all'imperizia de'Capitani. Queste mendicate giusti-
ficazioni irritarono non pochi cui erano dirette, sì che molti
a difesa del proprio onore presero ad accusarlo di trascura-
tezza e d'imprudenza, dicendo aver egli intraprese [operazioni
contro ogni buon giudizio, ed altre averne tralasciate giove-
voli al caso. Tutti i Capitani mostrarono il loro risentimento
e ne nacquero forti querele, dimodoché gli alti Commissari i
si posero a spiare le mosse del Carmagnola, e stimaron bene
di esaminarne la passata condotta.
Giorgio Benzone, cui erasi data la sorveglianza del mag-
gior castello di Brescia, reso partecipe di quanto accadde al
figliuolo, vide avverati i suoi funesti presagi. L'amoroso padre
sin d'allora che il suo Venturino venne ascritto nella guardia
del supremo Capitano, dubitò non fosse quella distinzione
un doloso pretesto. Non istette più in silenzio su quanto
sofferse e tuttavia soffriva:, parlò ai Provveditori, scrisse alla
Signoria le sue lagnanze^ ma quella imperturbabile magistra-
tura nulla rispose. Era sua politica sentire, tacere, operare.
Il trambasciato conte Giorgio in breve « morì a Brescia ??,
e fu da tutti compianto.
A Milano si fecero grandi feste per la vittoria di Casal-
maggiore. Il duca Filippo era felice di potere sbramar l'odio
suo nel sangue del giovine prigioniero, già unitamente al
padre dichiarato fellone quando vennero in Lombardia sotto
il veneto stendardo. A tal passo inumano « lo incitavano
» puranco i Ghibellini di Crema allo scoperto, e il Carmagnola
?j in secreto w. Fu ventura pel Benzone avere presso il Duca
un valente protettore. Era questi « Bonicio Corio, suo zio
— 46 —
materno 55, personaggio stimato per nobiltà, per iettere, che
molto maneggiandosi e pregando potè salvarlo dalla morte j
non però dalle prigioni di Monza dette i Forni j « nelle
quali fu chiuso e vi stette diciotto mesi ??. Si denominavano
Forai perchè costrutte di altrettante orride carceri con ca-
merate a guisa di forno sovraimposte l'una all'altra (*).
Nel campo veneziano non cessavano i malcontenti, le im-
precazioni contro il Generale, e troppo grande era il tram-
busto perchè non vi si frammettesse la Sovranità colle sue
disquisizioni. Nel suo misterioso recesso, il terribile Consesso
de'signori Dieci prese a sindacare la condotta del Carma-
gnola. Colle usitate industrie de'Referendarii, coll'esame dei
Giurati, e con gli altri mezzi tutti, fu provato come il Car-
magnola avesse sempre tenuto segreta corrispondenza col
Visconti, ond'erano avvertiti i Ducheschi d'ogni movimento
de' Veneti, come dopo conquistata Brescia, non si movesse
tosto su Crema perchè eragli promessa grossa somma di
danaro. Venne in tutta chiarezza l'affare di Fontanella, ab-
bandonata per frode, onde vi avesse tomba il giovine Beu-
zone. « Fu pertanto chiamato a Venezia il generale Carma-
gnola, e venne decapitato fra le due colonne di san Marco ».
Quanto io dissi a disdoro ed a colpa del traditore ci è
pervenuto da imparziale scrittore, e ben pochi cronisti ponno
stare a petto di messer Pietro Terni per ispecchiata onestà
e per veridica testimonianza, ond' è ingiustizia imputare di
crudeltà la Repubblica, se ha colpito il Carmagnola colPes tremo
supplicio, mentre se lo aveva meritato. Poteva egli, careg-
giato e riccamente ricompensato dalla Repubblica, comportarsi
peggiormente che se fessele stato apertamente nemico? Ma
che volete! Trovatisi di quelli che dandosi importanza di
storici, teneri verso chiunque ebbe fama guerriera, gridano
ingiusta, sanguinaria Venezia. Non è possibile chiudere la
bocca a costoro, sì italiani, come stranieri-, e quando fossero
(*) Frisi, Storia di Motiva, Lib. 1.
— M —
capaci di prestare orecchi, loro diremmo: Si può tollerare nei
drammaturgi il travisamento della verità, non negli storici (*).
Morto il Carmagnola, ebbero principio trattative di pace
fra il Duca e la Repubblica, a e dopo un anno venne fer-
mata ». Si sperava che il trattato imponesse, o almeno con-
sigliasse al Visconti di permettere il ritorno in patria ai Guelfi
Cremaschi « già da sette anni privati del lido nativo », ma
ad essi non si era pensato. Alcuni di quegli infelici ricorsero
al Duca, ed ottennero lusinghiere risposte, e nulla più.
(*) CoW erudito Autore delle Lettere su Venezia convengo
in ciò solamente che fu operato dalla simulatrice Repubblica,
quando in segreto processava e poscia a se chiamava il Carma-
gnola. Del resto, le particolari cronache delle città Lombarde
mi danno fondamento a contraddirgli.
— J8
CAPITOLO II.
fan turino Benzone vincitore della Giostra
a Milano.
Ridottisi a concordia Veneziani e Milanesi, questi non de-
posero le armi* cercarono conquiste altrove sotto la condotta
di Nicolò Piccinino. I Ducheschi ebbero prospere ed avverse
vicende, « ma ai i5 agosto del 1^35 riportarono una segnalata
» vittoria contro Alfonso re d'Aragona, il quale rimase prigio-
55 niere «/'molti suoi Baroni ??. Il duca Filippo n'ebbe grande
allegrezza:, e siccome da molfanni viveva cupo, timoroso, ri-
tirato in segrete camere in Pavia, ove a pochissimi era dato
penetrare, scosse queir inerzia e tornò a Milano nell'umano
consorzio.
Dieono gli storici com'egli fosse un impasto di puerili ti-
midezze « di cortesie, di pompe famigliari quando alloggiava
onoratissimi cavalieri (*) ». Desioso di mostrare al Re pri-
gioniero ed ai Baroni la sua magnificenza, ed il valore dei
guerrieri lombardi, vennegli pensiero w di gridare una grande
Giostra 55, e all'uopo si consigliò coH'indispensabile suo came-
riere Oldrado Lampugnano. Costui, cui sempre era proficuo
il buon umore del padrone, applaudì grandemente, e disse:
Ridonderebbe a somma gloria di lui quello spettacolo prin-
cipesco! — Allora il Duca esclamò: Sia fatto, ma Antonio
Palermitano sapientissimo prefigga i giorni della pugna ! —
Era Antonio uno scrittore di storie dilettevoli (**)} il Duca
creclevalo anche profondo nell'astrologia, poiché nelle opere
(*) Paolo Giorno, Uh. XII.
(**) Idem, ibidem.
— 49 —
sue sempre ve la frammezzava. Inoltre è a sapersi, *< come
Filippo fosse timidissimo di natura, talmenlecliè udendo un
mediocre tuono si scuoteva tutto per lo spavento, e come
pazzo andava cercando d' ascondersi sotto terra (*) ?j. Spe-
rava pertanto che quel maestro leggesse nelle stelle, in quali
giorni non sarebbe insorto temporale a disturbare l'armeg-
giata. Consultato dal Lampugnano il supposto astrologo, se
ne spaventò grandemente, sapendo che non era a scherzare
col Duca in questo argomento} ma pregato, assicurato non
avrebbe obbligo di malleveria, dopo alcuni non irragionevoli
calcoli, pronunziò: L'ultima decina di luglio, epoca del ple-
nilunio.
La Giostra fu bandita in Lombardia, nelle Venezie, in
Piemonte, ed altrove. Da tutte parti pervenne a Milano quan-
tità di guerrieri celebri, nobilissimi, a scontrarsi coll'aste brac-
cate di tre punte. Il duca Filippo che interveniva conten-
tissimo di quella limpida giornata, e d'avere a sua disposizione
nel Palermitano un interprete così sicuro delle crisi celesti,
trovossi in fine disgustato delle prove de'suoi guerrieri che
a furono tutti scavalcali da D. Carlo Gonzaga n. Se ne la-
gnava assai, e quasi pentivasi d'aver gridato la Giostra. Bo-
nicio Corio fattosi animo, « propose al Duca il nipote Ven-
turino ?5 , siccome V unico che potesse vendicare V onore dei
cavalieri suoi vassalli*, ma egli fe'ciera brusca brusca, pensò
e non rispose. Il Corio sapeva quanto potesse sull'animo del
Principe il Lampugnano, laonde lo officiò a piene mani, ed
allora al giovane Benzone furono tolti i ceppi « ed esci dalle
prigioni del castello di Milano « essendo ivi già da tempo
tradotto.
Non si aspettavano grandi cose da chi per moll'anni era
vissuto fra lo squallore de' forni e delle torri. Venturino istesso
diffidava di sue forze, di sua destrezza *, ma le rinvigoriva il
pensiero della riacquistata libertà. Allo stato di lui ebbe con-
(*) Paolo Giorno, lib. Ali.
— 20 —
siderazione anche il Duca che « i'ece diferire la Giostra mi
Era egli smanioso fosse rintuzzato l'orgoglio di chi aveva
trionfato nel primo esperimento. Fu proclamata altra pugna
con maggiore sontuosità di apparamene e ricchezza di premii
al vincitore.
Il Visconti faceva sfoggio di rara generosità} stabiliva a
premio un cavallo andaluso riccamente bardato, una compiuta
armatura di squisito lavoro nazionale, ornata la corazza ad
arabeschi di lamina d'argento. Il cimiero riputavasi un ca-
polavoro \ raffigurava un aquilotto accovacciato coll'ale semia-
perte, cui altorniavansi in vaga forma due serpi, e queste
congiungevano le teste sopra il capo del volatile e i putti
che avevano in bocca sorreggevano bella coroncina d'ulivo.
Due bandiere di lucida stoffa serica, l'ima con colori ed in-
segne Viscontee ricamate da peritissima mano, nel cui centro
campeggiava il motto: Al più Forte ,, al più Ralente,, il duca
Filippo. L'altra pure a trapunto con vaghi serti di fiori al
naturale e col motto: // bel Sesso al Vincitore.
L'amoroso zio Bonicio, cui la sorella (*) morendo racco-
mandava in ispecial modo il suo primogenito, già vedemmo
quanto pel giovine si adoperasse. Ora nel breve spazio dallo
sprigionamento alla Giostra, chi mai potrebbe dire quanto
affanno si desse per ritornarlo alla prima attitudine con eser-
cizj di (orza e di snellezza? Con quanto studio e regolarità
gli prestasse cibi e bibite sane, corroboranti? L'animo suo
delicato sentiva a quale impresa lo avesse sospinto per ren-
dergli la libertà. Fece le più minute diligenze perchè fosse
armato come convenisse a distinto guerriero, ad un Benzone,
e scelse dalie migliori scuderie il più bene ammaestrato
cavallo.
Sorse il giorno della gran prova:, i marziali strumenti ne
davano avviso a tutta Milano. I Banditori gridavano i nomi
degli ascritti alla pugna, poscia soggiungevano: Per primo il
(*) Ambrosino. De- Curii ', madre di fatturino.
- 24 —
conte Ventanno fienzone romperà una lancia col già vinci-
tore della Giostra don Carlo Gonzaga. Taluni pensavano
esser questo un tratto sinistro del Duca, mentre a corpo ri-
posato il valente avversario affronterebbe il giovine appena
appena riavutosi in forze.
Sopra lo spazio dell'attuale Piazza Fontana sorgeva il grande
Circo. Forse non era questo il luogo consueto a simili spet-
tacoli, ma così piacque al Duca, oncTessere a portata d'inta-
narsi in palazzo, quando dal campanile di san Gottardo con
tocco di campana si annunciasse un vicino temporale. Mi-
sera condizione di Filippo, attribuita a'suoi rimorsi dal cro-
nicista Candido Dicembre (*). Lo steccato era tanto esteso
che sei coppie di Cavalieri vi potevano armeggiare. Le gra-
dinate e le logge componevansi di legname con parapetti a
finta balaustrata maestrevolmente dipinta. Rimpetto alla porta
d'ingresso sorgeva la tenda ducale, ampia e sfarzosa, pan-
neggiata in seta. A destra di essa, sopra alta base, ergevasi
il trofeo destinato al vincitore, ed era la bellissima armatura
di cui abbiamo parlato. Le due bandiere coi motti svento-
lavano confitte ne' parapetti di fianco al Duca. La moltitu-
dine accorreva al sempre graditissimo spettacolo, reso squi-
sitamente più raro per lo scontro di un provetto guerriero
e d'uno sconosciuto giovine, dai più riputato petulante, anzi
che destro e forte*, pochi sapevano quanto fosse stato valo-
roso •) stimavasi generalmente un disperato stanco di patimenti
e di vita.
I sedili delF immenso recinto erano stivati di popolo -, il
Duca non si fé' molto aspettare coll'illustre cortèo de' suoi
Grandi e col re Alfonso. Egli si compiacque vedendo la sua
tenda più numerosa, splendente di ragguardevoli matrone
fiancheggiate dalle bellissime loro figliuole e sentendo il saluto
d'applausi più rumoroso che nella antecedente armeggiata.
(*) Storico contemporaneo nemico del Duca. Paolo Giovio,
Lib. XII.
— 22 —
Allo squillare delle trombe si spalancò il grande cancello e
comparvi1 il Gonzaga in superbo portamento montando un
focoso destriero. S'avvicino al padiglione e fé"1 saluto al Duca
coll'asta, senza tampoco piegare la persona, non essendo sud-
dito di lui. Indi venne il Benzone, inoltrando a passo rego-
lare su negro cavallo. Vestiva bruna armatura, sventolavanirli
sul cimiero negre piume. Stimò cosi abbigliarsi a ricordare
le sue vicissitudini e fors' anche a corrotto del padre. Ap-
pressossi alla tenda ducale, salutò coll'asta, ma non piegò la
persona. Allora Filippo si morse le labbra. Il Maestro del
campo avvicinatoglisi , disse : Bel cavaliere , richieggono le
buone regole che alziate la visiera ! — E che ? rispose Ven-
turino, non debbo io essere uno straniero, un incognito cava-
liere? — Più non lo siete! Il Principe ha palesato il vostro
nome ! — Ven turino si scoprì, e la curiosità di tutte le donne
fu appagata fissando quella smunta ma simpatica fisonomia
perfettamente consonante al bel taglio del corpo. Fra le tante
una dagli occhi cerulei e dalla bionda chioma, sedente nei
primi posti d'onore, ne restò sorpresa, come se Cupido
l'avesse colpita col suo strale. Anche l'arrogante avversario
lo guardava in atto di beffarda compassione e pensava come
poco avrebbe a travagliarsi per vincere quel semi-cadavere
tolto di sepoltura. E qui si osserva come il Duca dovette
manifestare nome e titoli del Benzone, perchè il Gonzaga si
degnasse scontrarsi con esso in questo amichevole certame
ad aste spuntate. I due guerrieri, fattisi i saluti d'uso, spro-
narono i destrieri e andarono tre volte intorno al campo
più ratto che di galoppo, fermandosi nel mezzo a distanza
convenevole. Poste l'armi in resta, mossero impetuosamente
ad incontrarsi. L'urto fu tremendo, ambo si alzarono in sul-
l'arcione e nulla più. Più volte si rinnovarono le prove e
maggiormente la stizza infuocava gli animi de' combattenti}
a ma alla fine il Benzone investì sì forte l'avversario nell'elmo,
che lo riversò col cavallo a terra s?. Gli applausi furono cla-
morosi, universali. La bella dalle treccie d'oro gridava : Premio
55
— 23 —
al prode cavaliere vincitore! — e quell'entusiasmo manife-
stava lo stato del suo cuore. Il Duca sbalordito , ma sod-
disfatto del bel colpo , dimenticava gli antichi rancori, come
pure la testé mancata osservanza del dovuto inchino.
Gli assistenti soccorsero il caduto: il Maestro del campo,
complimentato il vincitore, e circondatolo con numeroso stuolo
di valletti, lo condusse alla presenza del Duca, il quale toltosi
dal seggio andò al parapetto della tenda. Con parole cortesi
e di lode gli offrì la bandiera, indi soggiunse: Questa sera,
conte Benzone, vi aspetto a palazzo! — 11 giovane fece un atto
affermativo, e questa volta non mancò air inchino. L'inna-
morata fanciulla dagli occhi cerulei sentivasi spinta all'altra
bandiera ch'egli doveva ricevere per mano gentile. Ansiosa,
irrequieta, tendeva a quella, ma la voce della madre la rat-
tenne. Non erano sfuggite al re Alfonso le mosse di lei nella
cui bellezza si specchiava*, e per ciò la suggerì a Filippo come
distintamente meritevole di presentare il premio al vincitore.
Accondiscendendo il Duca, essa fu invitata a prestarvisi. Volò
la fanciulla colle gote imporporate, e con mano tremante pre-
sentò la bandiera al vincitore ^ voleva pure accompagnare
quell'atto solenne con qualche parola, ma noi potè, che fu
impedita dai forti battiti del cuore. Notò il giovine la confu-
sione di lei, contemplò con diletto le vezzose forme, e pro-
vonne emozione soavissima.
Poco stante i cavallerizzi di Corte vennero col destriero
andaluso di perfetta taglia, ed a meraviglia bardato:, seguivanli
i venti Cavalieri inscritti alla Giostra. Questi accorrevano ad
onorare in apparenza, ma in fatti ad invidiare il vincitore.
Yenturino montò il bell'andaluso, e fece alquanti giri nello
steccato ora di galoppo, ora di carriera, ora facendogli mutare
andatura, o costeggiare, o spiccar corvette. Colla sinistra mano
dirigeva il destriero, e colla destra agitava i vessilli di sua
vittoria. Sempre più si aumentarono i battimani: fece in quel
giorno il Benzone tali e cotante cavalleresche prodezze, che
si guadagnò da ognuno ammirazione e rinomanza.'
— 24 —
Il sole volgeva all'occaso:, l'ombra gigantesca del campanile
di san Gottardo distendevasi nel mezzo del circo: a queir in-
dizio accorgendosi il Duca compera per farsi notte, ordinò si
desse termine alla festa. I paggi fecero un fascio delle ban-
diere ed armature, ed in trionfo scortarono a casa il campione
vincitore, a suono di musica.
Intanto che si pugnava e festeggiava , V ottimo Bonicio
Corio nella domestica chiesuola ringraziava Iddio, per la
salvezza e vittoria del caro nipote. Egli era sommamente
martoriato dal pensiero, che il forte avversario, non avuto
riguardo alla qualità della pugna , tentasse ucciderlo:, fuor-
ché sperando negli ajuti del cielo , non trovava conforto
all'ambascia. La sua pietà avevagli consigliato Un po'di quiete:,
stava genuflesso terminando con fiducia la preghiera, quando
gli parve udire lontana armonia. Poco dopo, grondante di
sudore, confuso, giunse il suo fedele Ambrogio ch'era stato
mandato alla Giostra perchè ne riferisse l'esito:, e tanto era-
sene dilettato, che si partì poco prima del fine. Conscio il
buon vecchio d'aver tardato a portare la fausta novella al
padrone, accelerò il passo in modo di restarne quasi soffocato,
non volendovi breve trottata per recarsi dal luogo del torneo
a sant' Agnese. L' aspetto di lui non presagiva male:, era anche
lieto, e faceva gesti di meraviglia :, voleva parlare, ma non
poteva pel respiro affannoso, e con gran stento ripigliava il
fiato. Impazientito Bonicio: In nome del cielo, che ne fu? —
1/ altro potè finalmente esclamare: Vincitore! — Frattanto i
festivi suoni si avvicinavano; portatisi entrambi al verone di
strada, videro Yenturino come in trionfo frammezzo alla gente
di Corte ed al popolo festeggiante. A tale spettacolo l'amoroso
zio quasi stupefatto pianse d'allegrezza.
Il giovine eroe, sceso d'un salto da cavallo, corse fra le
braccia del giubilante vecchio, e quel momento fu per essi e
per gli astanti commoventissimo. Poiché ebbe saziato il desi-
derio di lui con breve narrazione della pugna, veniva da esso
persuaso al riposo, ed egli rispondeva: essersi bensì molto
— 25 —
affaticato, ma averne avuto grande conforto quando per mano
di vaghissima e nobilissima giovinetta ricevea la bandiera of-
fertagli dal bel sesso. Soggiungea come il Duca lo invitasse
alla serata di Corte, né gli convenisse mancarvi. Fra sé poi
pensava che avrebbe colà riveduta quella leggiadra fanciulla,
che tanto stava fitta nella sua mente, e più nel suo cuore.
&£k
— 26 —
CAPITOLO III.
Festa notturna alla Corte Ducale.
A salvarmi dalla taccia di sognatore, che per avventura po-
trebbemi venire apposta, dovendo in pari tempo mostrare il
duca Filippo Visconti altrettanto cortese e benefico, quanto
fu duro con Venturino Benzone, invoco la Storia su cui si
appoggia l'orditura di questo mio Racconto. Non ne faranno le
meraviglie coloro, i, quali sono persuasi esservi una suprema
volontà moderatrice, ed arbitra delle umane vicende, la cui
giustizia, ben di sovente anche quaggiù, suole innalzare Top-
presso, abbassar l'oppressore. Il persecutore Carmagnola mo-
riva da infame*, il Benzone ora cessava d'essere infelice, anzi
saliva a gloria. Dopo una vita squallida, penosa, le idee del
giovane s'informano a dolcezza, all'amore, in mezzo a tanti
applausi ed onori. Rammaricavasi egli della scemata venustà
di sua persona, della smarrita vivacità di spirito, e temea che
le belle più non trovassero in lui di che invaghirsi.
Riposatosi e reficiatosi alquanto, la giovanile vanità rina-
scente lo portò a pensare in qual modo sarebbesi abbigliato
per meglio comparire al convegno regale. Poc'anzi, quando
n'ebbe invito dal Principe, lo accettava per modo di buona
creanza, ma tostochè lo ferirono due begli occhi ed un an-
gelico volto, non rinuncierebbe alla serata, quand'anche gli
avesse a costare nuovi disagi e catene. Occorse al suo pensiero
d'indossare la squisita armatura guadagnata alla pugna, ma
lo dissuase lo zio. Era annunciata per quella sera una splen-
dida adunanza di dame e cavalieri, ove uomini di Corte con
piacevolezza di atti, di parole e di graziosi giuochi l'avrebbero
intrattenuta:^ disdiceva perciò vestire spoglie guerriere. Come
— 27 —
dunque trovare il bisognevole? Ventanno di tatto mancava.
L'uso de5 nostri antichi spianava facilmente tale difficolta.
Sì come le ceneri di essi in urne marmoree, anche le loro
vestimenta si custodivano nelle guardarobe , potevano bensì
le tignuole distruggerle col volger degli anni, ma riputa vasi
quasi sacrilegio alienarle. Ivi Venturino scelse quell'abito che
più gli attagliava, e ve n'erano di magnifici, avvegnaché i
Gorii sempre pompeggiavano a Corte. Ma ve' come si fa grande
la vampa della vanità, quando amore ne fonda ne' petti una
scintilla! Poiché si fu vestito, consigliandosi con un grande
specchio, compiacevasi di sé medesimo, e ben poco diverso
parevagli essere d' allorquando vezzeggiava le belle di Venezia.
Intanto che stava in queir atteggiamento, sopraggiunse lo zio}
sostò quasi estatico a mirarlo, indi esclamò: E desso } pro-
priamente tal quale mio padre ! Con quel vestito medesimo
venne ritratto! Perfettamente lo ricorda anche la sua fisono-
mia! — Di mano in mano intenerivasi il buon vecchio, gli si
facevano tumidi gli occhi , né potè ristarsi dall' abbracciarlo.
Dopo averlo di nuovo contemplato: Quest'abito, disse, si
giudicherebbe fatto sul tuo dosso, e per la pomposa festa a
che sei chiamato. Ma tu ne farai maggior pompa dell'avo tuo:,
a te spettano altri decorosi abbigliamenti non concessi ai
Corii! — Ciò detto, aprì un forziere, ne cavò un elegante
cofanetto coperto di velluto cilestro, e consegnandolo a lui : Non
per rattristarti in questi momenti, ma ad onore di tua persona
ti rendo i preziosissimi ornamenti del padre tuo ! Ciò è quanto
potè salvare l'ottima A_mbrosina, allorché Giorgio abbandonava
Crema. La collana con grande medaglia di San Marco è tua
per successione. L'altra con stemma imperiale e biscia Viscontea,
già data al primo Conte di Crema , non dovrebbe esserti
interdetta se il Duca ti appellò Conte presentandoti la ban-
diera, e se per tale ti hanno anche proclamalo i banditori
della festa per tutta Milano. Sa Dio qual contentezza io senta
nel cingerti di queste onorifiche insegne! Esse ridestino in
te le sopite maniere gentili, soavi, onde si persuada ognuno.
— 28 —
^essere iì conte Venturino Benzone quanto forte e valoroso,
altrettanto cavalier garbato ! — Così parlava Bonicio mentre
il sorpreso giovane considerava que'magnifici arredi :, e ne fu
sommamente grato allo zio, e alzati gli occhi al cielo, con
affettuoso pensiero ringraziava Y ottima madre d' averglieli
conservati.
Sebbene il Corio non frequentasse la Corte quando vi erano
rumorosi trattenimenti, non potè questa volta mancarvi per
attestare la sua riverenza e gratitudine al Duca, e spalleggiare
il nipote sicché per distrazione non ommettesse i cortigiane-
schi atti voluti. Conoscendo inoltre dovere principalmente al
Lampugnano il fortunato cambiamento del Duca, credette bene
saziare anche l'ambizione di lui che stava nelle anticamere in
magnifica assisa, presentandogli amichevolmente il Venturino,
e raccomandandoglielo nuovamente per ogni caso futuro.
Cavalcando a passo dignitoso, scortati da molti staffieri, si
portarono a palazzo. L'accorto cameriere fu il primo ad in-
contrarli, s'inchinò profondamente, e vóltosi al giovine: Viva
il valorosissimo, nobilissimo eroe, gloria ed onore delle armi
Viscontee! — Venturino gli stese amichevolmente la mano, e
quando l'altro la ritrasse stringeva un pugno di scudi d'oro.
Con uno sprofondamento di tutta la persona il Lampugnano
mostrò quanto fossegli grato^ indi facendo largo ad ogni porta
munita di alabardieri furono introdotti nella grande sala, ove
due distinti patrizi erano incaricati a ricevere gì' invitati.
Seduto rimpetlo ad ampia finestra il Duca si ricreava della
brezza notturna, e considerava lo smaltato ammanto del fir-
mamento. Interrogava del nome degli astri che più vividi
brillavano, ma nessuno lo sapeva soddisfare. A que'clì l'astro-
nomia scambiavasi in astrologia giudiziaria:, i cultori di que-
st'arte chimerica traendo molto lucro dalla dappocaggine dei
grandi e dei piccoli, la spargevano di mistero, procurando
persino si ignorasse il nome degli astri. I due arrivati si fecero
innanzi, e dopo i dovuti inchini, Bonicio prese così a com-
plimentare il Duca: Compresi da viva riconoscenza accogliamo
— 29 —
per sommo favore V invito fattoci dalla magnificenza del nostro
Principe. Questo pegno di rara clemenza è per Veri turino
Benzone più apprezzabile che non i sontuosi doni in que-
st'oggi ricevuti dalle sue mani. Il graziato giovane consacra
ai voleri del duca Filippo Visconti la lancia, la spada, tutto
sé stesso! — Mostrassi il Duca soddisfatto:, e vóltosi al Ven-
turino : Assai dilettevole giornata m' avete fatto godere*, le
vostre prodezze giustificarono la potenza del Duca di Milano,
e quegli che vinceste non iscorderà sin che viva, d'aver morso
la terra di Milano per opera del vostro braccio. La sua caduta
vuol costargli una perpetua storpiatura. — Confuso il giovine
del lusinghiero accoglimento stava per rispondere, ma venne
interrotto dal fruscio dei circostanti. Uno stuolo di paggi
precedeva il Re d'Aragona abbigliato in tutta pompa-, il Duca
fece alcuni passi ad incontrarlo, e si scorse fra que' Principi
una amichevole famigliarità.
Il Re che con grande ammirazione aveva riguardato Ven-
turino alla Giostra, lo conobbe tosto*, gli tributò sue lodi, e
soggiunse: Bel colpo faceste, o prode cavaliere, e ne aveste
eziandio bellissimi premii dal signor vostro*, ma quella bianca
bandiera, mi penso, siavi fra tutti il più prezioso! la sor-
prendente bellezza di lei che ve la porse, la viva espressione
di quel volto angelico, affò, vi debbono avere toccato molto
addentro! — Il giovine rimase stordito come gli si leggesse
in cuore*, abbassò gli occhi, e la sua smorta fisonomia si
tinse in rosso.
Persuaso essere i miei lettori desiosi di meglio conoscere
T avvenente presentatrice della bandiera, lasceremo per poco
la splendida ricreazione, e andremo in cerca di lei.
L'Astigiana contessa Massimilla degli Asinai, signora di
Boldesco, madre della bella Agnese dagli ocelli cerulei e
dalla bionda chioma, tornò a casa dallo spettacolo assi incol-
lerita verso la figliuola, essendosi a parer suo comportata non
confacevolmente a "suoi principii. La rimbrottò aspramente, e :
A che, diceva, quelle smanie, quegli strepiti? Credevate es-
— 30 —
sere nel grande cortile del nostro castello quando i villani
nel dì di s. Rocco salgono sull'albero per contrastarsi il
premio della cuccagna? — Ah! cara madre mia, rispondeva
quell'anima schietta, dentanti giovani elisio vidi, nessuno vi
fu che mi toccasse così profondamente il cuore! Quando il
Benzone alzava la visiera, il languore, la dolcezza di quella
fisonomia.... era!.... — Basta, basta! P interruppe la madre: la
bella fanciullaggine commetteste in pubblico! Mancaste delle
dovute convenienze allo spettabilissimo convegno! Anche a
me se ne darà colpa, ma non vi torro più meco, in fede mia,
ad altri spettacoli !
Dopo questo esordio, non poco durò la sgridata, ed in fine
la stizzosa madre decretava che non sarebbero intervenute alla
conversazione di Corte. La determinazione forse era giusta,
forse sentiva d'eccessivo rigore, ma realmente stavaci sotto
un importante motivo. Temeva la Contessa che si alimentasse
nella figlia la concepita affezione per un cavaliere privo di
beni di fortuna; nella sua mente destinavala a talamo dovi-
ziosissimo.
Perduta la speranza di vedere dav vicino l'amato giovine,
Agnese desolata tolsesi di dosso le ricche vestimenta, sedette
al fianco del letto singhiozzante e pensosa deplorando la sua
mala sorte. La Contessa castigando la figlia puniva anche sé
medesima molto tenera ancora de' feste voli trattenimenti, es-
sendo tuttavia florida e galante. Tentava occuparsi a distrarre
il suo malumore, ma sempreppiù l'accidia l'opprimeva; quando
una servente entrò e disse : Il cameriere maggiore di Sua
Magnificenza il duca Filippo chiede parlare alla Contessa di
Boldesco; dalla premura che manifesta, direbbesi molto im-
portante l'affare! — Venga, rispose la dama. Il Lampugnano
si presentò con rispettosi ed affettati modi cortigianeschi, e
così si espresse : Il potentissimo mio signore, il duca Filippo
Visconti, manda a vedere, se per trista avventura sia soprag-
giunto alcun male alle rispettabili sue invitate Astigiane,
perchè non possa nojlecora re la serata di loro presenza. E
— 31 —
sentenza del mio Principe, e di tutti, che manchi al nobi-
lissimo convegno Y ornamento più decoroso, non essendovi la
contessa Massimilla di Boldesco, ed il più leggiadro, man-
cando lei che meritò di offrire la bandiera all'1 eroe vincitore
della Giostra^ essa dev'essere la regina della notturna festa,
onde le cetre de1 Menestrelli staranno mute finché non com-
parisca !
Nacque grande conflitto nell'animo della Dama all'amba-
sciata di costui^ le nobili convenienze chiamavanla a Corte,
e P altro ambizioso riguardo ne la distoglieva. Mentre stava
irresoluta, apertasi una porta, comparve Agnese chiedendo se
doveva assettarsi per andare alla festa. Alla madre pel dispetto
vennero le vertigini, credeva trasognare, e stava per mandar
fuori un rabbuffo, ma si contenne, anzi mostrandosi quanto
potè meno confusa e simulando dolcezza: Ma bene il sai,
figliuola mia, dipendere dalla tua indisposizione l'andare, o
mandare al graziosissimo Duca le nostre scuse! Agnese non
appena ebbe udita quella risposta, giubilante scomparve, e
P astuto cameriere, che non stava tanto a fidanza della Con-
tessa, soggiunse: La notte è tarda e buja} permetterà ella che
io le sia di scorta a palazzo} ho meco buon numero di fiac-
cole e due eleganti lettighe ond'esse vi giungano come al loro
grado si compete. La si prenda ogni sua comodità eh' io
l'aspetterò abbasso colla mia gente. — L'ambiziosa Dama accon-
discese, e tantosto chiamò le ancelle per la sontuosa toilette.
Affinchè non sembri inverisimile l'apparizione dell'Agnese
in mezzo al colloquio della madre e del Lampugnano, biso-
gna sapere come Venturino non vedendo arrivare la deside-
rata giovinetta, provò in sé stesso tale affannosa inquietezza
da non poter resistere. Dubitando che per isbaglio non fosse
stata invitata, si tolse di sala e andò dal cameriere a fargliene
inchiesta. Quegli giurò d'avergliene fatto il più caldo in-
vito, e scorgendo il giovane cotanto sconvolto indovinò la
cagione. Ah! no, per Mercurio, gridò, non saprei che pen-
sare di tale mancamento! V. S. stia di buon animo; in breve
— 32 —
andrò da quelle Dame e sì, per Ercole, ve le conduco! —
Partì air istante, e giunto alla casa trovò la servente da noi
conosciuta, dalla quale il destro in ogni maniera di furberìe
seppe cavare bastevoli lumi e manifestò ad essa in tutta con-
fidenza l'oggetto di sua venuta. La cameriera, dopo l'amba-
sciata alla Contessa, volò a informarne la padroncina.
Al Lampugnano ed accompagni furono presentate squisite
vivande, i migliori vini spumanti de' beati colli Astigiani}
e così non ebbero a provar noja nell'indugio, che non fu breve,
perchè l'elegante Dama si mettesse in assetto. Non dirò con
qual garbo e buon ordine il cameriere disponesse le lettighe,
e distribuisse le incumbenze a'suoi, che era maestro di tali
funzioni, anzi patentato cerimoniere del Duca. La comitiva
procedette diligentemente, silenziosa, e i portatori fecero pompa
di velocità. Arrivata dentro la soglia del palazzo Ducale, il
Lampugnano, cavato un piccolo strumento di cui era munito,
fischiò; da molte porte sbucò nel cortile una caterva di do-
mestici con magnifiche livree, i quali con accese torcie di cera
scortarono le due Dame sino all'anticamera. Tale era il rice-
vimento competente al Duca o ai Principi coronati, e che per
eccezione e straordinaria circostanza facevasi alle Feudatarie
di Boldesco. Non so dire se il Visconti ne fosse conscio 5 co-
munque si fosse, Oldrado Lampugnano sapeva sempre giu-
stificare presso il padrone qualunque suo capriccio.
Apparvero finalmente al circolo le belle Astigiane. La ve-
dova Contessa, tuttavia fresca nella sua maturità, era d' ala-
bastrina carnagione, d'occhio vivace, di maestoso portamento.
Vestiva un sottilissimo abito serico, trapuntato a fiamme d'oro.
Ornavanle il collo , le braccia, il seno preziosissimi giojelli
sfolgoranti così da sembrare una regina. La giovinetta figlia,
semplicemente abbigliata, spiccava per naturale beltà. Non
toccava Agnese il terzo lustro :, era di statura mediocre ma
giusta, pienotta di forme anzichenò e di regolarissimi pro-
fili \ candidissima la carnagione, cosparsa di quel roseo che
dinota una sanità perfetta. La ricchissima di lei capiglia-
— 33 —
tura in belle treccie disposta, parte attorniavate le terapia,
parte ricadevate sulle spalle coperte da invido velo. Sotto
ben disegnate ciglia splendevano due occhi cerulei, vivaci,
espressivi, in quel momento resi più seducenti dal poc' anzi
sofferto cordoglio, che davanle la sembianza di fresca rosa già
piegata sullo stelo dall'acquazzone, indi resa più olezzante,
più vivace da benefico raggio di sole. Contraccambiati i com-
plimenti coli1 ammirata società sedettero, e i più distinti per-
sonaggi le attorniarono. Il Re prigioniero, fattosi far piazza,
prese posto in mezzo ad esse, ed era beato di discorrerla
colla madre e pascer gli occhi nella figliuola. Poco dopo an-
che il Corio fece parte di quel corteggio, e andava fra se
pensando quanta riconoscenza dovesse alla Divina Benignità
che in buon punto avea reso libero il nipote, amante riamato
da giovinetta cotanto illustre, senza pari in bellezza e dovi-
ziosissima. Compiacevasi agli scambievoli sguardi de' due in-
namorati, ma sentiva pena accorgendosi come la Contessa
con nessuno stesse sul serio, fuorché con Venturino ; pensa-
tane la cagione e forse P indovinava. Il giovane che sempre
più se ne innamorava, non fu tra i primi ad avvicinarsele:,
la fissava, ed erane cotanto abbarbagliato come se mirasse
nel sole. Assai tempo ci volle prima che si destasse da quel-
l'incantesimo^ finalmente il potere degli sguardi di lei lo
attrassero.
Il re Alfonso ed il Corio, rispettivamente simpatici, men-
tre la società andava a diporto per le magnifiche splendenti
sale ammirando i pregiatissimi dipinti dèi Giotto, conversa-
vano fra di loro. Convenivano appieno nelle idee sulle pas-
sate e presenti vicende d" Italia. Quando furono venuti al
proposito della Giostra resa straordinariamente notabile dalla
trista avventura toccata al Gonzaga, Alfonso dissegli: Se una
preventiva promessa non impegna la mano del nipote vo-
stro, qual fortuna per esso di ottenere quella dì Agnese! A
cui il Corio: Come può aver fatta promessa chi ha consumati
i suoi verd* anni in una prigione? EU' è grandissima Ibi-
— 34 —
tuna che Venturino vada a genio a quella giovinetta, ma
fra loro avvi uno scoglio, temo, insormontabile! Forse ignora
la reale Magnificenza Vostra come al Benzone colla libertà
non vengono restituiti che gli onori, non le sostanze tolte ai
genitore in forza di confisca? La grandezza della famiglia di
Boldesco richiede un partito d'alta importanza, e di non
comuni ricchezze^ perciò, se male non mi appongo, dissen-
tirebbe a tale unione la Contessa madre, la quale come siasi
spiegata sino ad ora, tutti hanno potuto vedere. Essa gar-
bata, cortese con tutti, non lo fu mai con mio nipote! — E
non è a sperarsi dalla generosità di Filippo?... — Il Duca
nostro talvolta inclina a benignità, ma la natura di quest'af-
fare è tale che o subito lo si combina, o giammai. Ripatriata
la Contessa, la farà sposa a qualche facoltoso e potente feu-
datario piemontese; pochi non saranno gli aspiranti a tanta
beltà e ricchezza. Col Duca potrebbesi tentare qualche pra-
tica interponendo i conosciuti suoi aderenti, ma è arduo
fuor di misura l'argomento delle reintegrazioni \ e Crema ben
lo sa se una sola ne conti! — Tentare non est nefaSj disse
il Re, che ne sapeva anche di latino :, adoperatevi con chi
domina la volontà di Filippo, che io pure metterò parole.
In campione sì valente merita ogni mia premura :, e se mai
il vostro Duca non lo avesse a caro, occuperà un posto emi-
nente nel mio regno. — Confuso di tanta cordialità. Bonicio
non seppe rispondere che con atto esprimente la sua rico-
noscenza.
Dopo molte ore di conversazione, il Lampugnano intro-
dusse nella sala i Menestrelli , fra* quali i più celebri non
mancavano. Quando la Fama suonava la sua tromba enun-
ciando giostre, tornei, questa sollazzevole genìa cacciava la
strada fra le gambe, né v'era per essa lontananza di luogo,
difficolta di viaggio: accorreva come turba di cani famelici ai
OD /
resti d'una mensa. Cantarono a vicenda sugli argomenti dal
cameriere suggeriti, cioè: la potenza, le glorie di Filippo, la
magnificenza della reggia d'Alfonso, il valore del Benzone.
— 35 —
la sovrumana beltà di Agnese regina della festa. Alludevano
alla stramazzata del Gonzaga, con somma compiacenza del
Duca, e concludevano: che P imeneo della bellissima Regina
Dea colP invincibile giovine guerriero vincitore della Giostra,
avrebbe rallegrato Giove e tutti gli Dei delP Olimpo } e qui
la contessa Massimilla faceva il brutto muso, mentre il consesso
applaudiva clamorosamente.
La notte erasi fatta tardissima:, il Duca scomparve, e la con-
versazione ebbe fine. A nessuno più che ai giovani amanti
parve breve quel trattenimento. Si separarono essi contenti?
Non dobbiamo supporlo. Le dimostrazioni della Contessa
riducevano a nulla ogni lor dolce speranza. Il Corio prima
di partire pregò il Lampugnano di una sua visita alP indo-
mani a buon mattino, e quel personaggio sempre garbalo
accolse con trasporto P invito.
36 —
CAPITOLO IV.
Preparativi scgrctij e solenne munificenza del Duca
verso il rw d'Aragona e Veniwrino Benzone.
Le giornate di quelle marziali esercitazioni trascorse con
tanta affluenza di popolo, con si buon ordine ed universale
allegrezza, e, quel che più importava, senza che il sole nem-
manco per un istante facesse capolino dietro a leggiera nuvo-
letta, tutto insieme ridondò ad efficace medicina de1 tetri
umori e degli spaventi del Duca. Egli sentivasi tutt1 al-
tr'uomo, e ne attribuiva il merito all'impareggiabile astrologo.
Aveva già dato segni a costui di sua deferenza, onorandolo
cP invito agli spettacoli ed ai circoli di Corte} ma quegli stimò
di non intervenirvi, temendo della sua pelle, se per avven-
tura Giove avesse tuonato. Frattanto si tenne nascosto, anzi
esci di Milano, ricomparendovi allorquando vide felicemente
riuscita P arrischiata sua sentenza. Essendo il Duca ansioso
di tributargli sue lodi, mandò alla casa di lui F onorarissimo
messaggiere Lampugnano, invitandolo a recarsi al palazzo.
Ivi ebbe con esso lunga, segreta conferenza } riportò i sensi
del padrone, ed aggiunse del proprio importantissime com-
missioni.
Rivedendo il Palermitano, esultò Filippo, e rimproverollo
di non aver partecipato anch^esso agli spettacoli. Mostrossene
P altro corrucciato, poscia con tuono magistrale rispose: Crede
forse il mio potente signore che chi vuol conoscere le cose
di lassù possa omettere le osservazioni degli astri quando
— 37 —
splendono limpidi nell'azzurro deicidi? Crede egli, che dalle
varie e strane macchie del sole non se ne deducano sicure
conseguenze intorno a quanto si va cercando? Sappia la
Magnificenza Vostra come tutti gli spettacoli terreni per noi
sono un nulla $ dessi si ponno riprodurre quando si voglia,
ma i segni celesti sfuggono e non ritornano! — - Ma quale
era lo scopo di così attente osservazioni, o maestro? — La
Magnificenza Vostra bramò conoscere i giorni che non sa-
rebbero turbati da sconvolgimenti atmosferici, e furono da
me precisati. Mi venne in seguito capriccio d'indagare se la
pugna infine risulterebbe a gloria dei nostri cavalieri, e n'ebbi
certezza. Un' ignea meteora splendette sul vertice celestiale
della vostra Milano, ed appena si mosse fu anche spenta }
così il benefico influsso non si dissipò per le strade del
firmamento, ma piovette sul braccio d'un campione, destro
Ixmsì ma di forze scemo, mirabilmente lo rinvigorì, e fece
quel portentoso colpo.
Con queste e simili bagattelle l'astrologo infinocchiava il
suo signore, e tanto più se ne sentiva in voglia veggendolo
cotanto attento e persuaso. Com'era ben naturale, volle Fi-
lippo sapere alcuna cosa anche intorno a sé slesso:, pertanto
si fece ad interrogarlo : Da quale costellazione dipendono i
miei destini?
L' interrogazione non poteva capitare più opportuna all' in-
tendimento propostosi dall'astrologo, dietro preghiere e pro-
messe del Lampugnano*, perciò rispose: Venere colla dolcezza
di sue rugiade vi cosperse ! Alla piena felicità del mio Principe
non mancano che gli influssi della Bilancia, costellazione tu-
telare dei re. Quando un potentato la fa traboccare col pondo
di sua clemenza, la divina Astrea lo accoglie in protezione
e ne infiora la vita d'umana beatitudine. Giustizia e Cle-
menza nacquero gemelle:, anzi taluno degli antichi sapienti
pretende nascessero congiunte l'ima all'altra in modo indi-
visibile. La benignità del nostro signore duca Filippo non
è a revocarsi in dubbio, ma essa sempreppiù faccia di sé
— m —
pubblica dimostrazione! — Forse un fanciullo, ben disposto
ad apprendere una dilettevole storiella, non sarebbe stato
cotanto in attenzione ad ascoltare la sua nonna, come vi
stette Filippo. Sfoggiata dal letterato astrologo la sua impa-
stocchiata erudizione, fatto un profondissimo inchino, pren-
deva le mosse. Il Duca ben volentieri avrebbe tirato innanzi,
desiderando che l'astrologo continuasse , ma quegli addusse
somma premura di osservare le macchie del sole che ornai
splendeva nell'ora meridiana.
Mi scordava di soggiungere, come alla cantafavola or ora
spacciata dal Palermitano vi fosse ascoltatore il cameriere.
Egli non intendea colla mente alla poesia dell'amico , ma
bensì coll'occhio a conoscere le sensazioni del proprio signore.
Filippo, dopo non breve meditazione, vóltosi a lui, esclamò :
Grand' uomo è colui! Come piacevolmente scrive le sue No-
velle, parla eziandio con scienza profonda delle cose celesti:
Tu lo ascoltavi con più attenzione e rispetto , che non
avresti fatto assistendo alla predica del decantato padre Ber-
nardino !
— In verità ne sa una di più del diavolo, anzi gli è
cento volte superiore, avendo corrispondenza anche col cielo !
Non ho per altro compreso un certo garbuglio allorché egli
finiva il discorso. Parlava di giustizia, di clemenza:, ci entra-
vano le gemelle Astreghe. ... Già sa il mio buon padrone
che io sono un ignorante $ . . . e poi si sa che in ogni scienza
vi sono de'misteri. Buono per la Magnificenza Vostra se l'ha
potuto capire!
Sorrise il Duca alla semplicità di lui, ch'era affettata, indi:
Ma non ti pare ch'io sia giusto, ed anche benefico? Non ne
diedi prova poc'anzi , togliendo dal carcere un nemico cui
dovevasi la morte? Il Benzone non ebbe la mia grazia, ed
un posto distinto fra'iniei grandi alla Corte ? — Qui ti vo-
leva! pensò l'altro fra sé, e tosto soggiunse: Mentirebbe per
la strozza chi negasse questo tratto di generosità, comprovante
l'animo pietoso del mio buon padrone, di cui le stelle fecero
— 39 —
testimonianza, come l'astrologo assicurò. Lo ripeto, io sono
un povero ignorante } ma dai libri che lessi mi convinsi, es-
sere le stelle situate a grande altezza, donde veggono molto
addentro nelle umane cose: a quanto pare, la Magnificenza
Vostra non le ha ancora appagate!
— E chi potrebbe dirmi che cosa pretendono di più? Che
cosa manca a perfezionare Patto di clemenza da me usato al
Benzone ?
— Non è difficile indovinarlo, e per verità consiste in una
bagattella! Il bravo giovane è innamorato cotto: abbisogna
di moglie e de'mezzi per divenire sposo !
— Dunque vogliono gli astri eh' io sia anche paraninfo !
Ma poffare il cielo, ti sta molto a cuore il Benzone !
— Non io solo, ma tutta Milano è incantata di sue pro-
dezze straordinarie, miracolose; e a dirvela schiettamente, si
attende dalla grandezza vostra che siagli resa la patria e le
sostanze.
Filippo si atteggiò a sorpresa, a compiacenza, e nulla ri-
spose. Parve al prezzolato oratore, che lo conosceva da tren-
tanni, d'averlo scosso quanto bastava:, onde pieno di spe-
ranza , prese licenza e se ne andò pe' fatti suoi.
Per due giorni non fu visibile il Duca dopo la Giostra:,
temevasi fosse ricaduto nella vecchia malattia degli spaventi,
delle melanconie, ma così non era^ occupa vasi in segretissimo
abboccamento coll'astrologo , col cameriere e co' suoi cancellieri.
Era gran tempo che Milano non aveva veduto cotanta mol-
titudine di forestieri, e ciò avveniva mercè il buon accordo
che regnava in quel momento fra il Visconti ed i limitrofi
Potentati. Dopo l'ultimo spettacolo molti partirono, ma le
persone spettabili, riconoscenti al magnifico signore clie le
aveva ammesse al suo padiglione e al circolo di Corte, vole-
vano complire con esso prima d'andarsene. Anche alla con-
tessa Massimilla premeva ritornare alle sue castella, sempre
tenendo per fermo che l'aria di Milano non conferisse all'Agnese^
ma inutilmente aveva te 1 tato di far la visita di congedo,
— 40 —
mentre a tutti si diceva., che il Duca era impedito. Molto se
ne rammaricò la Dama, ma non sapea trovare ripiego. Al-
lora disdiceva a'Grandi e non Grandi farsi rappresentare dai
viglietti di visita, che troppa distinzione veniva fatta fra la
persona ed un pezzetto di carta. S'ella fosse nata tre secoli
dopo , avrehbe rimediato alF affanno suo con poca moneta
facendosi inscrivere in un grande catalogo a stampa. Io mi
penso avrehbe anche eretto dalle fondamenta a sue spese un
convento di Frati, purché potesse farla finita con quel Ben-
zone che sta vale tutto giorno fra i piedi, se non in casa,
sotto ai balconi, in chiesa, ai passeggi, dappertutto. Quanto
più si studiava di far conoscere alla figlia rinconvenienza della
amorosa sua inclinazione, tanto più la ragazza dava in isma-
nie, in proteste} ed essa malediva a Milano, alle giostre ed
a tutti gli eroi spiantati.
Appena il Duca ebbe terminate le segrete conferenze, av-
visata la Contessa, ella si rese al palazzo -, però non vi con-
dusse l'Agnese, forse non volendo mostrarla cotanta ango-
sciata. 11 cameriere e molti paggi si affaccendavano a spa-
lancar le porte, ad alzare le cortine, inchinandola a testa
scoperta. Il fare di costoro le andò tanto a sangue, ch'ella
discacciò il suo malumore. Filippo le si fece incontro con
maniere straordinariamente garbate, e dicevate: INon sarà già
per trista cagione che seco non veggo la bella Agnese ^ né
qualche strana causa chiamerà la contessa di Boldesco ne'
propri Stati? S'ella intende partirsi con tanto precipizio, mi
lascia dubitare non si trovi soddisfatta di questo soggiorno.
Come mai potrà raccontare quanto vi ha di bello ne' pub-
blici fabbricati, ne'miei privati giardini? Non basta breve
soggiorno per veder tutto ed esserne istrutti !
Meravigliata la Dama eli tanta gentilezza, rispose: Tante
sono le bellezze di cotesta magnifica Metropoli, che mi per-
suado non sia ciascheduna da per se stessa neppur conosciuta
da* suoi abitanti. Di buon grado mi tratterrei, ma la salute
della mia Agnese ebbe a soffrire forte alterazione in questi
— 41 —
giorni. Gli straordinarii spettacoli, un naturale orgasmo pro-
dotto dalle giostre, la scossero sensibilmente;, perdette l'ila-
rità, il desiderio del cibo. Spero non sarà nulla :, però mi è
d'uopo ritornarla alle sue tranquille occupazioni di Bolclesco^
ella è come tortorella fuori del nido. Porgo poi mille scuse
alla Magnificenza Vostra se meco non condussi la figlia pel
dovuto atto d'ossequio!
Sorrise maliziosamente il Duca all' industriosa giustificazione,
indi a lei: Ottima madre quale è la Contessa, conoscitrice
deir indole della propria figliuola, non può essere indotta in
errore sulla natura del di lei male. Però un mio strano pen-
siero m'induce a credere, che se qui contrasse il male, qui
trovisi P opportuna medicina meglio che altrove! La Con-
tessa non negherà un favore a Filippo. Domani ricorre il
giorno di mia nascita, ed io amo festeggiarlo cogli amici.
Posso sperare che alla domestica festività ella intervenga colla
bella Agnese? . . .
Sorpresa la Dama di tanto onorevole inchiesta, con sommo
trasporto accolse l'invito. Vedete un po' femminile ambizione!
Ad un tratto P aria di Milano avea cessato d' esser cattiva ,
anzi spirava balsamica, soave per sé e per la figlia:, e quando
s'avesse potuto leggere nel cuore della Dama, troverebbesi
occupato da lusinghiera speranza che Filippo nudrisse per
lei particolare affezione.
Alla domestica festività il Duca invitava le Autorità e Di-
gnità primarie della Capitale, Alfonso co"' suoi Baroni, il nostro
Venturino collo zio, e tutti intervennero. La sceltissima co-
mitiva passò molt'ore ne' giardini del laghetto ad ammirare
la stranezza de' volatili e de' quadrupedi , la varietà de' fiori,
la bellezza delle piante cariche d'ogni sorta di frutti. In quei
tempi davasi la massima importanza alle frutta, le cui piante
occupavano i siti più aprichi, le parti più ubertose: il pa-
lato tenevasi in maggior conto della veduta. Affé che ride-
rebbero i nostri antichi veggendo come il progresso disponga
oggidì i luoghi destinati a deliziare la vita ! Ne'moderni giar-
— 42 —
dini s'ingombra di boscaglia il più fecondo terreno, si rende
montagnoso , sterile quel suolo da cui coli' aratro s' aveva
abbondante messe de' più nobili cereali. Tutta la superficie
deve coprirsi d'erbe verdeggianti} ma quando nella cocente
estate le ombre de' boschetti presentano ricovero soffocante, il
simpatico verde non è più ove l'ombra non arriva \ un gial-
lastro seccume ricorda il verno. Fra tante belle cose che si
fanno alla rinfusa, perchè non l'umano ingegno ma la natura ne
sembri autrice, dopo le collinette e i monticelli si pensa al
laghetto. Le sinuosità, donde fu cavata la materia per far
colline e monti, si sprofondano, si dilatano e riempionsi
d'acqua, nella quale il giardino si specchia e vagano le bar-
chette. Ivi intorno fra i rami de' salici cantano gli augelletti
in disaccordo colle ranocchie contentissime di quell'albergo,
e -non di rado il gracidare di queste soffoca le melodie di
quelli. Coloro che viveano nel secolo XV, e ne' posteriori,
appellerebbero pozzanghere insalubri gli ameni laghetti che
emanano dense evaporazioni nelle ore vespertine ed al levar
del sole. I signori medici infatti traggono profitto dal vapore
di tal natura, quanto i commercianti da quello che spinge
le locomotive delle strade ferrate. Non faremo però le mera-
viglie se per seguire la moda d' oltremonti si dee far così,
e si fa, senza aver riflesso al suolo, o alla qualità del clima.
I facoltosi italiani non si credono mai beati che allorquando
con profusione di tesori ponno imitare i nordici , anche a
costo d'infermare di gotte e di podagre sul bel fiore della
vita.
Ma torniamo alla delizia de Visconti.
Oggetto d'ammirazione agli invitati erano eziandio i ca-
vernosi freschissimi recessi stillanti limpide acque, le quali
scorrendo per ben disposti rigagnoli perdevansi sotterra, indi
più lunge ricomparivano slanciandosi da bacini di fino marmo
sostenuti da mostri marini, e circondati da belle statue di
Nereidi e d'Amadriadi. Una vòlta di carpini imboccava lo
spazio circolare ov'eran distribuite queste fontane, e sotto di
— 43 —
essa non penetrava raggio di sole. Tratto tratto sorgevano
marmorei sedili, a comodo di chi amasse assidersi in quella
deliziosa frescura e riposarsi di quella camminata lunga ben
quasi un miglio. La comitiva sostò, e sedette, sperando
d'essere raggiunta dal Duca} ma egli sentiva tuttavia V inerzia
delle sue gambe, né vi si volle provare.
Al generale Nicolò Piccinino, e a monsignore Podestà di
Milano veniva data V incombenza di far gli onori della casa.,
e dirigere la passeggiata. Gentili più che mai, stavano essi al
fianco della Contessa, intertenendola sull'origine di quelle
mirabili cose, ed indicandone il fondatore. A Bernabò molte
se ne doveano, ma delle più celebri in arte aveane merito
Gian Galeazzo. Tutti godevano di quella rarità, tranne i
due amanti. Muti, contegnosi per la durezza della Contessa,
sospiravano pensando, quanto loro sarebbe stata cara una
vita semplice e campestre fra* boschi e ruscelletti, guardando
bella mandra di pecorelle, anziché esser nati sotto magnifico
tetto, onde per crudeltà della sorte non li alimentava nem-
manco lontana speranza di congiungere le loro sorti.
Ove la vòlta de' carpini metteva capo in mezzo a grande
spazio quadrato, erigevasi elegante abitazione campestre, e
poco discosto un tempio ombreggiato da altissimi tigli, dedi-
cato alla Dea caccia trice. Avea forma ottagonale, l'architettura
tendeva al gotico-gallico, e la Dea torreggiava sulla estremità
del cono, col quale finiva il bel delubro. Siccome i Visconti
ebbero poca divozione a quella casta divinità, la collocarono
lassù per goder essi dell' interno j in fatti quel tempio già da
gran tempo chiamavasPsala campestre de' conviti famigliari,
ed era consacrato ai baccanali. Il Lampugnano sotto Patrio
del palazzetto aspettava i vegnenti, i quali non ancora tocca-
vano la gradinata, che s'udì un lontano squillare di molte
cornette annuncianti l'arrivo del Duca*, allora tutti retrocessero
e a n da ron gli incontro. Veniva Filippo per un viale fian-
cheggiato da annosi pioppi, col re Alfonso a lato, e numeroso
codazzo di cavalieri e valletti. Montava un vecchio cavallo
bianco come neve, il cui ambio non era a temersi che scom-
paginasse il cavaliero. Discese con qualche disinvoltura :, rese
i saluti alla festeogiante comitiva, e tutti si avviarono alla
OD '
casa, ove si apprestò squisito rinfresco d'acque diacciate d'ogni
sapore.
Dopo mezzodì furono invitati alla sala del convito. Gli ap-
parecchi erano sontuosi-, lautissimo il pasto, generale il buon
umore, perchè condito dai modi gioviali del Duca, che pareva
avesse cambiato natura. Oltr'essere desioso di assecondare la
volontà degli astri, era anche l'anima sua rallegrata dal pen-
siero di una buona azione. Vedeva e^li X annichilamento di
quelle due anime amanti prodotto dai severi sguardi che la
Contessa saettava sulla figliuola, e fra sé dicea : Pel bell'astro
di Venere, quanto sono infelici! — Tutti si accorgevano
come nel numeroso stuolo de' convitati mancasse il ricreante
sorriso della giovinezza, mentre sulle amabili fisonomie di
quegli innamorati pingevasi affanno e malinconia.
Il pranzo era in sul finire^ e poiché la lunga serie de'piu
decantati vini Briantei fu assaporata e lodata, il Duca gridò :
Il mio Alicante perchè non viene? Perchè non viene il mio
Cipro? Benedetta sia la memoria di Bernabò, che di questi
ottimi liquori lascionne a Gian Galeazzo una ben fornita can-
tina! Benedetti i padri miei, che avendo misericordia a' no-
stri bisogni, tutti non li tracannarono! Ora più non ce ne
ari iva ; i rapaci lupi di mare, abitatori della Laguna, col
loro commercio lo incettano, lo adulterano, ne cavano tesori:,
più non trovate in essi conforto, bevete decozione di cicuta !
Oldrado, Oldrado, mesci a me ed a' gentili commensali quel
Nettare ! — Il solerte cameriere sturò buon numero di fiaschi,
ed empì a tutti le capacissime tazze aventi forma di calice.
Pose in quest'opera tanta destrezza, ed un cotale fare gio-
condo, che il re Alfonso ne fu meravigliato. Nicolò Piccinino,
presa la tazza, si alzò, fece un breve complimento e bevette
alla salute del magnifico convitante f, tutti \o imitarono e Fi-
lippo provonne molta compiacenza.
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Appena ebbero termine i brindisi e gli applausi, ricom-
parve il Lampugnano ebbro di gioja:, erano con lui due paggi,
portanti un bacile d'oro sopra cui stavano alcune pergamene.
il Duca ne raccolse una e la porse al re Alfonso, così espri-
mendosi: L'amico mio d'Aragona a è fatto libero di tor-
nare a' suoi Stati con tutti i suoi Baroni ». Egli si rammenti
del Duca di Milano, e le propizie sorti sieno con lui ! — Poscia
levandone un'altra la porse a Venturino, dicendo: Al valo-
roso vincitore della giostra il Duca di Milano « rende la pa-
99 tria e i beni che spettavano al padre suo, e gli fa dono d'un
5? palazzo nella Porta Comasca, nominandolo suo Capitano ?j.
L'inopinato tratto di generosità scosse cotanto la brigata,
che i viva furono assordanti e per molto tempo continuati.
Sarebbe difficile descrivere la sorpresa delle due anime amanti }
dirò soltanto che la Contessa madre istupidì. Il Duca la
fissava, e quando videla tornare in sé, così le parlò: A
molte spettabili persone, che si compiacquero farmi corona
in questo giorno, potei fare alcuna cosa grata, fuorché alle
Feudatarie di Boldesco! Onde il mio amor proprio non ne
soffra più a lungo, ella mi permetta costituirmi medico della
sua figliuola. Già mi disse essere Agnese ammalata, ed io
tengo un farmaco infallibile per risanarla! La destra del vin-
citore della Giostra stringa la destra di lei che <?li offerse in
premio la bandiera! Altro mezzo non v'ha per sanarne la
piaga ! Aggiunga a tutto ciò com'anche i segni celesti richieg-
gano questo connubio (*). — E che mai poteva opporre la
madre? La nobiltà, le restituite sostanze ponevano il conte
Venturino Benzone fra i più cospicui e doviziosi cavalieri di
Lombardia^ ella ringraziò il Duca e accondiscese. L'univer-
sale esultanza crebbe viemmaggiormente^ la bella coppia fu
salutata, ed augurata d'ogni felicità. L'ottimo Bonicio (Jorio
(*) // duca Filippo diede in moglie a Venturino Ben\on
Agnese di Boldesco. Alem. Fi/io, Lib. 1F.
— - 46 —
giubilava non meno de' for lunati sposi. Il bravo Lampugnano,
rincantucciato, non capiva nella pelle godendosi il finale della
farsa di sua invenzione, e già gli pareva sentire le tasche pe-
santi del compenso dovutogli , che in realtà poi ebbe e lo
fe') assai ricco.
Non in tutto a buon volere , ma anche a dominio di su-
perstizione si volle ascrivere la straordinaria generosità del
Duca, quando si seppe il concistoro da esso tenuto coi due
cooperatori di così bella azione:, nullameno se il cuore di
Filippo non propendeva al ben fare, sarebbe riescito vano
qualunque tentativo. Il sempre avverso Candido Dicembre
lasciò scritto in proposito: — Glie il duca Filippo comin-
ciava ad essere umano dopo che sino alla feccia avea consu-
mato il calice delle crudeltà :, doversi ascrivere a superstiziosa
timidezza anche quest'opera cotanto vantata , anziché a sen-
timento magnanimo. — Ma noi non gli daremo retta, sapen-
dolo suo nemico.
La patria nostra riacquistò i Benzoni} e se per la natura
de'tempi non ebbero altra dominazione, si distinsero però
sempre nelle armi, ne'civili impieghi, ed in eminenti dignità
ecclesiastiche. Fra i tanti « Leonardo, dottorato nello studio
?? di Parigi, tenne per molti anni la Prepositura del nostro
?5 Duomo. Nell'anno i5/f5 fu tentato farlo Vescovo di Crema,
w ma non avendo effetto il negozio, fu ultimamente creato Ve-
5? scovo di Valtorara* città della Puglia. E mentre che egli è
55 in pratica d'avere un Chiericato di Camera onde aprirsi per
5? avventura la via al Cardinalato, fu dal Signore chiamato ad
55 altra vita 55.
L'eroe del nostro racconto, dopo la morte del duca Fi-
lippo, prese servizio presso i Veneti con altri Benzoni, e di
tutti assai orrevolmente parla lo Storico ne' libri V e VI.
Ebbero favori, furono insigniti di titoli anche dal re Luigi di
Francia , quando , entrato solennemente in Crema , prese
stanza nel palazzo di essi.
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Questo illustre casato nel secolo decorso si estinse, nul-
l'altro lasciando che lo ricordi, se non il palazzo, da sede di
grandezza tramutato in pio ricovero di Orfani e Trovatelli.
Lo rammenta eziandio un resto di magnifica casa nella villa
di Vajano, dall'attuale nobilissimo proprietario (*) offerta a
diporto autunnale a chiarissimo Instituto di educazione fem-
minile. Ivi se non il fasto degli antichi signori, regna al
certo la cara allegria dell'innocenza.
(*) // coltissimo cavaliere Gerosolimitano D. Prospero Fre«
cavalli, patrizio Cremasco.
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UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA
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